Al Jourgensen ha annunciato oggi, 25 luglio 2026, la fine dei Ministry con l’uscita dell’ultimo album “Hate to Go (Take Out or Delivery)”, atteso il 30 ottobre via Cleopatra Records, e con una serie di concerti d’addio tra Stati Uniti ed Europa pensati per chiudere una storia iniziata nei primi anni Ottanta e diventata centrale nella scena industrial metal.
Ministry, l’addio di Al Jourgensen dopo oltre quarant’anni
La formula scelta da Al Jourgensen non lascia molto spazio ai ripensamenti. Nel comunicato diffuso per presentare il nuovo disco, il leader dei Ministry ha scritto di essere “fucking done”, una frase ruvida, in linea con il personaggio e con una carriera costruita più sulla frizione che sulla diplomazia. Poi ha aggiunto, con tono più disteso, di essere “orgoglioso” del percorso fatto e “in pace” con l’idea che tutto sia arrivato alla fine.
Il riferimento va da “With Sympathy”, debutto del 1983 ancora legato a sonorità synth pop, fino alla trasformazione che ha portato la band verso chitarre abrasive, campionamenti, martelli ritmici e invettiva politica. “È stato un bel viaggio”, ha spiegato Jourgensen nel comunicato, prima di chiudere con una battuta secca: “È tempo di pascolare capre”. Una frase alla sua maniera. Strana, laterale, ma chiara.
Per molti fan, l’annuncio non arriva dal nulla. Da tempo Jourgensen parlava di un possibile ultimo capitolo dei Ministry, senza però fissare una data o un disco definitivo. Ora quel momento ha un titolo, una copertina, una scaletta e un calendario di concerti. La sensazione, almeno per come è stato presentato il progetto, è che non si tratti di una pausa lunga mascherata da addio, ma di una chiusura cercata e programmata.
“Hate to Go (Take Out or Delivery)”, il disco finale e il ritorno di Paul Barker
Il nuovo album, “Hate to Go (Take Out or Delivery)”, uscirà il 30 ottobre per Cleopatra Records e comprende dieci brani. La tracklist si apre con “Crickets” e prosegue con titoli dal taglio diretto come “Voices of Hate”, “Clown Car”, “We Hate”, “Delete”, “Grifter”, “The White Man Lied”, “Singularity” e “Burned Out”. A chiudere il disco sarà “We’re Still Here”, brano che vede il ritorno di Paul Barker, componente della formazione classica e figura chiave negli anni più influenti del gruppo.
La presenza di Barker, anche solo nel pezzo conclusivo, ha un peso simbolico. Con Jourgensen ha contribuito a definire il suono più riconoscibile dei Ministry, quello di dischi come “The Land of Rape and Honey”, “The Mind Is a Terrible Thing to Taste” e “Psalm 69”, lavori che hanno segnato l’incontro tra industria, punk, metal e cultura dei campionamenti. Non una semplice rimpatriata, dunque. Piuttosto un cerchio che prova a chiudersi nel punto giusto.
In parallelo all’annuncio del disco, la band ha pubblicato anche il video di “Burned Out”, diretto da Joshua Bradford. Il brano viene presentato come una canzone politica, legata all’attualità e al senso di logoramento che attraversa una parte del dibattito pubblico americano. Non è una deviazione, per i Ministry. È quasi una postura naturale: rumore, sarcasmo, rabbia sociale, parole buttate addosso all’ascoltatore senza troppi filtri.
I concerti d’addio tra Stati Uniti ed Europa con Die Krupps
La fase live partirà nei prossimi mesi con alcune date già fissate negli Stati Uniti. I Ministry suoneranno il 15 settembre al Red Rocks di Morrison, in Colorado, poi il 20 settembre al festival Louder Than Life di Louisville, il 3 ottobre alla Salt Shed di Chicago e il 24 ottobre al Sick New World Texas di Fort Worth. A queste tappe seguirà, secondo quanto comunicato, un tour nordamericano più ampio.
La parte europea del commiato è invece prevista nella primavera del 2027, con il supporto dei Die Krupps, altro nome centrale dell’area industrial. Si comincerà il 2 aprile a Utrecht, alla Ronda, prima di passare da Saarbrücken, Bruxelles, Manchester, Dublino, Nottingham e Londra, dove la band è attesa il 10 aprile al Troxy. Poi toccherà a Parigi, Madrid, Barcellona, Losanna, Monaco, Vienna, Praga, Varsavia, Berlino, Amburgo, Copenaghen, Oslo, Stoccolma e Helsinki, con chiusura annunciata il 1° maggio 2027 alla House of Culture.
Non risultano, al momento, date italiane nel calendario diffuso. Una mancanza che i fan locali hanno già notato, soprattutto considerando il seguito costruito dalla band anche in Italia tra club, festival e circuiti alternativi. In questi casi, però, le aggiunte in corsa non sono rare. La produzione ha parlato di una prima tranche europea, e non di un itinerario definitivo.
Una band che ha cambiato pelle senza cercare consenso
La storia dei Ministry è anche la storia di una metamorfosi poco comoda. Nati a Chicago nel 1981, con un’impronta inizialmente legata alla new wave elettronica, Jourgensen e compagni hanno poi indurito il suono fino a diventare uno dei punti di riferimento dell’industrial metal. Non hanno cercato il centro della scena pop. Lo hanno attraversato, semmai, con dischi disturbanti e fisici, capaci di influenzare generazioni di musicisti.
Negli anni Novanta, con “Psalm 69”, la band ha raggiunto una visibilità più ampia senza ammorbidire troppo la propria identità. Brani come “N.W.O.” e “Jesus Built My Hotrod” hanno portato i Ministry dentro un immaginario fatto di fabbriche, predicatori televisivi, politica americana e chitarre taglienti. Da lì in poi il gruppo ha continuato a cambiare formazione, pelle e bersagli polemici, restando però riconoscibile.
L’addio annunciato da Al Jourgensen, dunque, non riguarda solo la fine di un progetto musicale. Chiude una traiettoria irregolare, a tratti corrosiva, dentro quarant’anni di cultura alternativa. Se davvero sarà l’ultima corsa, “Hate to Go (Take Out or Delivery)” avrà il compito non facile di fare da saluto e da bilancio. Jourgensen, almeno per ora, sembra non avere dubbi. Ha detto basta. E questa volta pare volerlo dire sul serio.
