Lorde ha criticato Spotify il 16 luglio, attraverso una storia su Instagram, dopo aver trovato nell’app una descrizione generata dall’intelligenza artificiale che attribuiva in modo errato il significato e il contesto di un suo brano, chiedendo alla piattaforma di lasciare agli artisti la possibilità di sottrarsi a questo tipo di schede.
Lorde contro Spotify: “Non vogliamo questo”
La cantante neozelandese, al secolo Ella Yelich-O’Connor, ha pubblicato lo sfogo nelle storie del suo profilo Instagram, taggando direttamente Spotify. Al centro della protesta c’è About the Song, una nuova funzione della piattaforma che usa sistemi di AI per generare una breve spiegazione del brano in ascolto.
“Mi prendo il rischio di dirlo: non vogliamo questo”, ha scritto Lorde, con un tono secco, poco incline ai giri di parole. La frase accompagnava uno screenshot della scheda comparsa accanto a Current Affairs, traccia contenuta nel progetto Virgin, dove il testo generato dall’app proponeva un’interpretazione che la stessa artista ha definito sbagliata.
Secondo quella descrizione, Current Affairs sarebbe il brano eseguito da Lorde durante un momento della sua Ultrasound World Tour 2025, quando in scena si toglie alcuni abiti e una ballerina le versa dell’acqua addosso. Ma, ha precisato la cantante, quella coreografia non appartiene a Current Affairs. Si svolge invece durante GRWM.
L’errore sulla performance e il nodo dell’interpretazione
“Non solo è inesatto — non è la canzone in cui facevo quella cosa — ma ridurre una canzone a un significato generato dall’AI, proprio alla fonte, mi sembra che limiti la libera interpretazione”, ha scritto Lorde nella stessa storia. Poi la richiesta, formulata in modo diretto: “Almeno rendete possibile per gli artisti fare opt out, per favore”.
Il punto, per l’artista, non è soltanto l’errore materiale. È anche il fatto che una piattaforma come Spotify, ascoltata ogni giorno da milioni di utenti, possa fissare accanto a un brano una spiegazione automatica, presentata come contesto, prima ancora che l’ascoltatore costruisca una propria lettura. Una cornice, insomma. E, per chi scrive canzoni, non è un dettaglio.
La vicenda tocca un tema che negli ultimi mesi ha attraversato l’intera industria musicale: quanto spazio concedere agli strumenti di intelligenza artificiale nella mediazione tra artista e pubblico. Non nella produzione del suono, in questo caso, ma nel racconto delle canzoni, nei metadati, nelle note che compaiono mentre la musica scorre sul telefono.
La replica di Spotify: funzione ancora in beta
Spotify ha lanciato About the Song a febbraio, presentandola in un comunicato come una funzione pensata per “esplorare il significato dietro la musica che si sta ascoltando”. Le sintesi, aveva spiegato la società, derivano da “fonti terze” raccolte online. Il servizio, al momento, è ancora in beta, quindi in una fase di test e correzione.
Dopo la protesta di Lorde, un portavoce di Spotify ha inviato una dichiarazione a Pitchfork. “Abbiamo creato About the Song perché i fan vogliono approfondire le storie dietro la musica”, ha spiegato. “È ancora in beta. Le informazioni arrivano da articoli presenti su internet e, quando qualcosa non va, interveniamo rapidamente per correggerlo, come abbiamo fatto in questo caso. Fare le cose nel modo giusto conta per noi”.
La piattaforma, dunque, ammette l’errore e rivendica la natura sperimentale dello strumento. Resta però aperta la questione sollevata dall’artista: chi decide se una canzone debba essere accompagnata da una spiegazione automatica, e con quali margini di controllo per chi l’ha scritta, registrata e portata sul palco.
Dalle canzoni agli occhiali AI: la linea critica di Lorde
La presa di posizione contro Spotify non arriva isolata. Lorde ha espresso più volte diffidenza verso l’espansione dell’AI nella vita quotidiana, soprattutto quando la tecnologia si avvicina alla sfera dell’identità, dell’immagine e della percezione del reale. Pochi giorni prima, il 9 luglio, durante un concerto al Mad Cool Festival di Madrid, aveva parlato dal palco della nuova linea di occhiali AI di Meta, dotati di assistente integrato e funzioni di riconoscimento facciale.
“Nel nostro mondo diventa sempre più difficile capire cosa sia reale”, ha detto al pubblico, prima di aggiungere, con una formula più ruvida: “Per la cronaca, fottetevene degli occhiali. Non comprateli. Non sono sexy”. Una battuta, certo, ma anche una posizione politica nel senso più ampio del termine: la critica a dispositivi che raccolgono dati, interpretano volti e si inseriscono nei gesti ordinari.
Nel caso di Spotify, la questione è meno visibile ma più vicina al lavoro dell’artista. Una scheda accanto a un brano può sembrare un servizio utile, quasi una nota di accompagnamento. Eppure, se sbaglia canzone, scena e significato, finisce per raccontare un’opera al posto di chi l’ha creata. È lì che Lorde ha tracciato il confine.
