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Il Madison Square Garden spiava in segreto i musicisti queer

Telecamera di sorveglianza sopra l’ingresso di un’arena, con persone in fila e un addetto alla sicurezza al crepuscolo Una telecamera all’ingresso di un’arena, simbolo delle polemiche su sorveglianza e raccolta di dati su artisti e ospiti.

Il Madison Square Garden di New York avrebbe raccolto e classificato dati su quasi 40 mila celebrità, artisti, politici e figure pubbliche, secondo un’inchiesta pubblicata da Wired dopo l’analisi di documenti diffusi dal collettivo hacker ShinyHunters e rilanciati in origine da 404 Media, mentre la società che gestisce l’arena respinge le accuse e annuncia azioni legali.

Madison Square Garden, il database “talent” sotto accusa

Dentro i file esaminati dai giornalisti Noah Shachtman e Maddy Varner compaiono 39.539 voci associate al database interno definito “talent” del Madison Square Garden, una delle arene più note di New York e sede, tra gli altri eventi, delle partite dei New York Knicks e di grandi concerti internazionali. Non si tratterebbe soltanto di un elenco operativo per ospiti e vip: secondo Wired, alcune schede conterrebbero indicazioni sul presunto livello di rischio attribuito a una persona, oltre a informazioni su orientamento sessuale, identità razziale e, in alcuni casi, genere.

Il punto più delicato riguarda proprio la natura dei dati conservati. Tra le persone indicate come “LGBTQIA”, in base a quanto riportato dall’inchiesta, figurerebbero Phoebe Bridgers, Emily Green dei Geese e Ricky Martin. Le voci con questa etichetta sarebbero 93 su quasi 40 mila, ma non tutti i profili risultano compilati allo stesso modo. Pitchfork ha scritto di aver contattato i rappresentanti di Bridgers, Green e Martin per un commento. Al momento, non risultano dichiarazioni pubbliche dirette degli artisti citati nell’articolo.

Riconoscimento facciale e punteggi di rischio per gli ospiti vip

Il Madison Square Garden utilizza già tecnologie di sorveglianza in sede, comprese telecamere capaci di effettuare riconoscimento facciale sugli ingressi, così da identificare chi entra nell’edificio. La novità emersa dai documenti, secondo Wired, sarebbe però l’estensione del monitoraggio oltre la semplice sicurezza fisica dell’impianto: un archivio organizzato, con annotazioni che riguardano personaggi pubblici e ospiti considerati sensibili.

Circa 400 celebrità, scrive il magazine americano, avrebbero ricevuto un punteggio di “risk”. Una fonte citata da Wired ha spiegato che la sicurezza del gruppo attribuirebbe un livello quando una persona ha fatto qualcosa “nel mondo della pubblicità o dei social media” capace di attirare attenzioni indesiderate. Nella fascia di rischio basso sarebbero indicati nomi come Ice Spice, Selena Gomez e Benson Boone; nella categoria rischio medio compaiono, secondo l’inchiesta, Morgan Wallen, Lily Allen e Jadakiss. La dicitura rischio alto sarebbe stata invece assegnata, tra gli altri, a Freddie Gibbs, Lil Jon, DaBaby e A Boogie Wit da Hoodie. Una classificazione interna, dunque, non pubblica. E proprio per questo più controversa.

Il ruolo di James Dolan e il caso DJ Pete Rock

Secondo quanto ricostruito da Wired, la sicurezza del Madison Square Garden monitorerebbe internet e i social alla ricerca di commenti minacciosi o negativi legati ai suoi ospiti, con un’attenzione marcata verso ciò che riguarda James Dolan, presidente esecutivo e amministratore delegato di Madison Square Garden Sports and Entertainment. Dolan, figura nota e discussa nello sport newyorkese, è da anni al centro di critiche da parte di tifosi, giornalisti e addetti ai lavori, anche per la gestione dei Knicks.

Nel database, racconta ancora Wired, il produttore rap e storico tifoso dei Knicks DJ Pete Rock sarebbe contrassegnato con la dicitura “DO NOT HOST”, cioè “non ospitare”. Rock ritiene che il motivo sia legato al suo appello al boicottaggio di Dolan dopo l’episodio che coinvolse l’ex giocatore Charles Oakley, allontanato con la forza dall’arena nel 2017. “Non puoi impedirmi di essere un tifoso dei Knicks, ma il tuo comportamento di controllo verso le persone è molto poco professionale”, ha detto Pete Rock a Wired. Una frase ruvida, da tifoso ferito. Ma anche un’accusa precisa.

Le cause legali e la risposta del Madison Square Garden

Le pratiche di sorveglianza associate alla gestione di James Dolan, secondo l’inchiesta, non riguarderebbero solo il Madison Square Garden. Sistemi e procedure analoghe sarebbero impiegati anche in altre sedi del gruppo, tra cui The Sphere a Las Vegas e Radio City Music Hall a New York. La società, intanto, deve affrontare diverse class action legate alla fuga di dati privati: i ricorrenti sostengono che la compromissione delle informazioni sia il risultato di un ampliamento progressivo degli strumenti di controllo.

Alle persone potenzialmente coinvolte, scrive Wired, viene consigliato di cambiare le password, attivare l’autenticazione a due fattori e contattare le agenzie di credito per valutare il blocco preventivo del proprio profilo finanziario. Sono misure standard dopo una violazione di dati, ma il caso resta sensibile per il tipo di informazioni descritte nei file.

Il Madison Square Garden, da parte sua, nega la ricostruzione. In una dichiarazione condivisa con Pitchfork nella mattinata di venerdì 10 luglio, un rappresentante della società ha affermato: “Il reportage di Wired è inaccurato e falso. MSG sta perseguendo rimedi legali”. La replica chiude, per ora, il primo fronte pubblico. Quello giudiziario, invece, sembra appena iniziato.

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