Il grecista Massimo Giuseppetti, docente di Lingua e letteratura greca all’Università Roma Tre, ha commentato oggi al telefono il film “Odissea” di Christopher Nolan, già al centro del dibattito tra critici e lettori di Omero, spiegando perché alcune scelte del regista, dalla caduta di Troia al trauma di Ulisse, gli siano sembrate coerenti con l’immaginario antico. “A me è piaciuto”, ha detto lo studioso, con una premessa: quando si parla dei poemi omerici, cercare un’unica epoca o una sola verità filologica è sempre rischioso.
Massimo Giuseppetti e l’Odissea di Christopher Nolan: “Mi ha colpito vedere Omero in carne e ossa”
Per Massimo Giuseppetti, che Omero lo legge e lo insegna da una vita, l’impatto più forte del film sta nella concretezza dei personaggi. “Per una persona come me, vedere quei personaggi in carne e ossa fa impressione”, ha confidato il docente, ricordando tra i passaggi più riusciti l’episodio del cane Argo, uno dei momenti più riconoscibili e dolorosi dell’Odissea.
Il punto, secondo il grecista, è non pretendere dal poema una ricostruzione storica lineare. “È difficilissimo individuare in Omero qualcosa che corrisponda a un periodo preciso”, ha spiegato Giuseppetti, perché l’epica omerica è un amalgama di strati: elementi molto antichi, materiali più recenti, memorie, formule, immagini. Una materia mobile, insomma. E proprio lì, in quello spazio, si inserisce la libertà di Christopher Nolan.
Troia, Atena e il trauma di Ulisse: la lettura del grecista
Uno dei temi più discussi è l’idea di un Ulisse segnato da un turbamento post traumatico dopo la guerra. Per Giuseppetti, questa interpretazione “non è affatto da escludere”, anche perché il film mostra ciò che i poemi lasciano ai margini: la notte della caduta di Troia. Nell’Iliade non c’è, perché il poema si chiude prima; nell’Odissea compare solo per accenni, attraverso ricordi e racconti.
Il docente si è soffermato in particolare sulla scena della decapitazione della statua di Atena, letta come un gesto che apre simbolicamente la strada alla presa della città. “Ho avuto l’impressione che Nolan abbia sovrapposto Cassandra, violentata all’altare di Atena, alla dea stessa e alla sua statua”, ha spiegato. Una scelta dura, ha aggiunto, ma capace di rafforzare l’idea che Ulisse abbia reso possibili a Troia azioni terribili, difficili da cancellare.
Da qui, secondo Giuseppetti, deriva anche il senso del mancato ritorno. Non una fuga dalla famiglia, non un tradimento di Penelope e di Telemaco, ma il rifiuto di rientrare nella propria casa come se nulla fosse accaduto. “Lo leggerei come il non poter tornare a essere lo stesso eroe di prima”, ha detto. Una frattura. Prima ancora che un viaggio.
La caduta di Troia tra Omero, Virgilio ed Esiodo
Per spiegare l’importanza della caduta di Troia, Giuseppetti invita a guardare oltre Omero. I dettagli della presa della città, ricorda, arrivano spesso da testi successivi, dalle Troiane di Euripide ad altre opere della tradizione greca e latina. “La violenza, comunque, ci fu”, ha osservato, indicando in Virgilio una possibile fonte centrale per l’immaginario del film.
Nel secondo libro dell’Eneide, infatti, la fine di Troia viene raccontata dal punto di vista dei Troiani, non da quello dei Greci. Una prospettiva che, secondo lo studioso, Christopher Nolan sembra aver tenuto presente. Per i Greci, ha ricordato Giuseppetti, la caduta della città segnava la fine della stagione mitica e l’avvio di un tempo diverso, più vicino alla storia.
Il riferimento va anche al Catalogo delle donne attribuito a Esiodo, dove il rapporto fra dei e uomini appare ancora diretto, quasi familiare: mangiavano insieme, si univano, generavano figli. Dopo Troia, quella vicinanza si spezza. “Dopo che sono morti gli eroi di Troia, finisce un mondo”, ha sintetizzato il grecista. Ed è proprio questa cesura, antica e netta, che il film sembra voler mettere al centro.
Nausicaa assente, Ulisse meno seduttore e il cavallo senza ruote
Non tutto, però, ha convinto allo stesso modo lo studioso. Giuseppetti non parla di fastidio, ma di sorpresa: nel film mancano i Feaci e soprattutto Nausicaa, figura decisiva nella tradizione dell’Odissea. Un’assenza che pesa, almeno per chi conosce la struttura del poema e il ruolo di quell’approdo nel ritorno di Ulisse verso Itaca.
Più problematica, a suo giudizio, è la scelta di attenuare la dimensione seduttiva dell’eroe. “Non che Ulisse lo fosse davvero”, ha precisato, “però quella è comunque una dimensione dell’eroe che Nolan ha molto sfumato”. Resta un Ulisse più cupo, più segnato, meno ambiguo sul piano erotico e relazionale.
Quanto al cavallo di legno, altro dettaglio molto discusso, Giuseppetti legge la scelta del regista in chiave simbolica. Nel film non ha le ruote: è un cavallo rampante, più aggressivo, meno statico. “Forse rappresenta meglio l’idea che Ulisse abbia messo in atto uno stratagemma feroce, inaudito”, ha spiegato. Un’immagine che non cerca la fedeltà meccanica al mito, ma il peso morale dell’inganno. E lì, secondo il grecista, Nolan trova una sua strada.
