MUSICA

Johnny Marr a Roma, la chitarra che ha fatto la storia suona ancora

Chitarrista di spalle sul palco in un anfiteatro all’aperto di notte, con pubblico fitto e luci calde Un chitarrista sul palco davanti a una platea raccolta in un anfiteatro estivo, atmosfera da live rock serale.

Johnny Marr ha suonato ieri sera alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, nel cartellone del Roma Summer Fest, portando sul palco quarant’anni di carriera tra brani solisti, pagine degli Smiths e anticipazioni dal nuovo album The Age of Everything, in uscita il 2 ottobre 2026.

Johnny Marr a Roma, una chitarra lunga quarant’anni

Il concerto romano di Johnny Marr è arrivato dentro una cornice precisa: quella di un musicista che, dopo gli anni con gli Smiths, ha continuato a costruire un percorso autonomo, passando dagli Electronic con Bernard Sumner dei New Order fino alla band attuale, formata da James Doviak, Iwan Gronow e Jack Mitchell. Una carriera ampia, stratificata, che però dal vivo resta legata a una domanda semplice: quanto pesa ancora quella chitarra nell’immaginario indie britannico?

La risposta è arrivata presto. Nelle prime canzoni, Marr ha piazzato Panic e The Headmaster Ritual, due brani che hanno acceso subito il pubblico, già provato da una serata calda e da un’attesa molto fisica, fatta di magliette nere, birre prese al volo e sguardi puntati sulla Fender Jaguar signature. Poi, con tono asciutto, ha presentato Spin, uno dei pezzi nuovi: «La prossima è nuova, ma vi assicuro che non è male», ha detto dal palco, strappando una risata alla Cavea.

Gli Smiths restano il centro emotivo della serata

Il pubblico dell’Auditorium Parco della Musica non ha nascosto il motivo principale della propria presenza. Le magliette degli Smiths erano ovunque, seguite da richiami agli Oasis e agli Stone Roses: Manchester, più che una città, come appartenenza sentimentale. E quando Marr ha lasciato l’elettrica per l’acustica, concedendo anche un momento di respiro al batterista Jack Mitchell, visibilmente messo alla prova dal caldo, è partita Please, Please, Please Let Me Get What I Want.

In quel momento la Cavea ha cambiato passo. Molti hanno cantato a bassa voce, altri hanno solo ascoltato, con quella compostezza che nei concerti affollati non è mai scontata. Marr non ha la voce di Morrissey, e non prova a imitarla; custodisce però l’altra metà, forse la più fisica, di quelle canzoni: gli arpeggi, gli attacchi, le aperture che hanno definito un modo di suonare la chitarra. Con This Charming Man, How Soon Is Now? e Bigmouth Strikes Again, il pubblico ha ritrovato non una nostalgia generica, ma una grammatica comune.

Tra brani solisti e nuove canzoni, Marr cerca il presente

Il concerto non è stato soltanto un ritorno agli Smiths. Marr ha dato spazio anche alla propria produzione recente, compresa Hi Hello, tratta da Call the Comet del 2018, uno dei momenti più riusciti della sua fase solista. La band lo ha seguito con precisione, senza appesantire gli arrangiamenti: Doviak alle chitarre e tastiere, Gronow al basso e Mitchell alla batteria hanno costruito un suono compatto, lasciando al leader lo spazio per muoversi, sorridere, avvicinarsi al bordo del palco.

Le canzoni nuove, a partire da Spin, hanno mostrato una direzione più asciutta rispetto a Fever Dreams Parts 1-4, pubblicato nel 2022. Marr sembra tornare a un uso più nervoso e riconoscibile della chitarra, con arpeggi che non cercano l’effetto facile ma riportano il brano dentro una scrittura pop immediata. «Non sarebbe un concerto senza questa canzone», ha poi detto prima di There Is a Light That Never Goes Out. Solo allora, come spesso accade, la distanza tra palco e platea si è quasi annullata.

La Cavea funziona, il pubblico ascolta e canta senza invadere

La Cavea dell’Auditorium si è confermata uno spazio adatto a un concerto in cui la qualità del suono conta davvero. La chitarra di Marr è arrivata chiara, il basso non ha coperto le linee melodiche e la batteria, pur energica, è rimasta dentro un equilibrio raro nei grandi eventi estivi. Non è un dettaglio secondario: per un artista che ha costruito parte della propria identità sul timbro e sulla precisione degli incastri, ascoltare bene significa capire davvero il concerto.

Nota non marginale, il comportamento del pubblico. Poche chiacchiere, nessuna invadenza evidente, attenzione diffusa anche nei brani meno conosciuti. Accanto ai fan che hanno attraversato decenni di concerti, c’erano ragazzi di vent’anni capaci di cantare parola per parola i pezzi degli Smiths: un passaggio generazionale silenzioso, ma visibile. Alla fine, più che una celebrazione del passato, la serata romana di Johnny Marr è sembrata la conferma di una continuità: certe canzoni restano vive quando qualcuno sa ancora suonarle come se fossero necessarie.

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