Moritz de Hadeln, direttore di festival cinematografici tra i più influenti della seconda metà del Novecento, è morto il 4 luglio 2026 a Nyon, in Svizzera, all’età di 85 anni, lasciando un segno profondo nella Mostra del Cinema di Venezia e nei grandi appuntamenti internazionali che aveva guidato per decenni. La Biennale di Venezia, con il presidente, il direttore generale, la responsabile dell’Archivio, il direttore artistico del Settore Cinema e il Consiglio di amministrazione, ha espresso “sincero cordoglio” per la sua scomparsa, ricordandone il profilo di organizzatore colto, pragmatico, capace di tenere insieme autori, produttori e istituzioni.
Moritz de Hadeln, il cordoglio della Biennale di Venezia
Nella nota diffusa dalla Biennale di Venezia, de Hadeln viene ricordato come “uno dei più autorevoli direttori di festival internazionali di cinema”, una figura che per due edizioni, nel 2002 e nel 2003, ha guidato la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non fu un passaggio marginale: al Lido arrivò dopo una lunga esperienza europea, con una rete di rapporti costruita negli anni e una certa idea di festival, meno legata alla passerella e più alla scoperta dei film.
Aveva già incrociato Venezia prima di assumerne la direzione artistica. Nel 1991 fece parte della Giuria internazionale del Concorso, durante l’edizione diretta da Guglielmo Biraghi. Era, per chi lo conosceva, un uomo di dialogo: “Sapeva parlare con tutti, dai grandi registi ai produttori più cauti”, ricordano negli ambienti festivalieri, dove il suo nome resta associato a un modo molto concreto di costruire programmi e relazioni.
Dall’Inghilterra alla Svizzera, una formazione cosmopolita
Nato in Inghilterra, cresciuto tra Italia e Svizzera, Moritz de Hadeln aveva una formazione cosmopolita che ne ha segnato lo sguardo. Non apparteneva a una sola scuola o a un solo Paese, e forse anche per questo riusciva a muoversi con naturalezza tra cinematografie lontane, autori affermati e giovani registi. In quel tratto, asciutto e curioso, si riconosceva il direttore abituato a cercare film dove altri non guardavano ancora.
Prima di Venezia, il suo percorso era già molto ampio. Fu fondatore e direttore del Festival del documentario di Nyon, poi direttore del Festival di Locarno, quindi per oltre vent’anni alla guida del Festival di Berlino. Dopo l’esperienza veneziana avrebbe diretto anche il Festival International du Film de Montréal. Passaggi diversi, certo, ma uniti da una stessa attenzione: dare spazio al cinema come linguaggio internazionale, senza ridurlo a semplice mercato o vetrina.
Le due edizioni veneziane e i film passati al Lido
Le edizioni della Mostra di Venezia 2002 e 2003 curate da de Hadeln furono segnate da una selezione ampia, con titoli provenienti da aree e sensibilità diverse. Nel 2002 al Lido arrivarono, tra gli altri, Frida di Julie Taymor, Lontano dal paradiso di Todd Haynes, Era mio padre di Sam Mendes, Full Frontal di Steven Soderbergh, Ken Park di Larry Clark, Piccoli affari sporchi di Stephen Frears e Oasis di Lee Chang-dong. C’era anche l’Italia, con Velocità massima di Daniele Vicari.
Quell’anno il Leone d’oro andò a The Magdalene Sisters di Peter Mullan, scelta che confermò una linea attenta al cinema d’autore ma anche ai temi sociali. L’anno successivo, nel 2003, la selezione comprese Lost in Translation di Sofia Coppola, 21 grammi di Alejandro G. Iñárritu, Anything Else di Woody Allen, Prima ti sposo, e poi ti rovino di Ethan e Joel Coen, Zatōichi di Takeshi Kitano e La moglie dell’avvocato di Im Sang-soo. Un programma fitto, con nomi noti e scommesse meno prevedibili.
Sempre nel 2003 passarono al Lido anche Goodbye, Dragon Inn di Tsai Ming-liang, Le cerf-volant di Randa Chahal Sabbag, Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, The Dreamers di Bernardo Bertolucci e Il ritorno di Andrey Zvyagintsev, che vinse il Leone d’oro. A rileggerlo oggi, quel cartellone racconta bene il metodo de Hadeln: tenere insieme Hollywood indipendente, cinema europeo, Asia, Medio Oriente, nuove firme e maestri riconosciuti. Non una formula. Piuttosto, una mappa.
I Leoni alla carriera e l’attenzione al ruolo dei produttori
Durante la sua direzione veneziana, Moritz de Hadeln attribuì il Leone d’oro alla carriera nel 2002 a Dino Risi, omaggio a uno dei grandi autori della commedia italiana. Nel 2003 il riconoscimento andò a Omar Sharif e a Dino De Laurentiis, scelta che mise in evidenza anche una sensibilità precisa verso il lavoro di chi il cinema lo rende possibile dietro le quinte, fuori dall’inquadratura.
Alla figura del produttore de Hadeln dedicò attenzione anche con la retrospettiva L’industria dei prototipi, pensata per valorizzare il ruolo creativo della produzione nel processo cinematografico. Era una posizione non scontata, soprattutto in un festival dove spesso il riflettore resta puntato su registi e interpreti. Per lui, invece, il cinema era una costruzione collettiva: autori, artisti, tecnici, produttori, pubblico. E in mezzo, il festival, luogo fragile e concreto in cui quei mondi si incontrano.
