Margo Price ha pubblicato a sorpresa nel weekend del 4 luglio, negli Stati Uniti, un nuovo album di protesta intitolato “Days of Unrest”, una raccolta di cover e brani originali nata per denunciare le politiche sui migranti e, più in generale, il clima politico dell’America trumpiana. Il progetto, definito in una nota anche come mixtape, arriva senza preavviso e con un messaggio dichiarato: usare la musica folk, country e roots come strumento di opposizione civile, nel solco di artisti che hanno trasformato il palco in una piazza.
Margo Price pubblica “Days of Unrest” nel weekend del 4 luglio
La scelta della data non è casuale. Nel fine settimana dell’Independence Day, mentre negli Stati Uniti si moltiplicano concerti, parate e celebrazioni patriottiche, Margo Price ha deciso di rimettere al centro un’altra idea di Paese: quella raccontata da lavoratori migranti, famiglie divise, comunità lasciate ai margini. “Days of Unrest”, prodotto da Matt Ross-Spang, si muove proprio dentro questa frattura, con una scaletta costruita tra classici della canzone politica americana e materiali più personali.
Il disco contiene riletture di brani firmati da Woody Guthrie, Bob Dylan, Charlie Daniels e Blaze Foley, accanto a composizioni originali della cantautrice. Non un’operazione nostalgica, almeno nelle intenzioni. Price, che da anni intreccia musica e attivismo, ha spiegato che questo lavoro nasce dal bisogno di “esserci”, sul palco e fuori, davanti al Capitol o accanto ai movimenti che contestano le politiche dell’amministrazione Trump.
“Deportee” con Joan Baez: il folk torna a parlare di migranti
Il brano più esposto del progetto è una nuova registrazione di “Deportee (Plane Wreck at Los Gatos)”, canzone scritta da Woody Guthrie e diventata nel tempo uno dei testi simbolo sulla condizione dei lavoratori migranti negli Stati Uniti. In questa versione, Margo Price è affiancata da Joan Baez e dai Memphis Mariachi: una scelta che lega generazioni diverse della canzone di protesta, dalla stagione dei diritti civili alle battaglie contemporanee sull’immigrazione.
Nel video, diffuso insieme al brano, scorrono immagini che richiamano la vulnerabilità dei migranti sotto il regime Trump, come lo definisce la nota di lancio. Price ha raccontato di cantare “Deportee” “da un paio di decenni” e di averla scoperta guardando Joan Baez e Bob Dylan eseguirla durante la Rolling Thunder Revue. “Joan Baez mi ha ispirato oltre le parole”, ha detto la cantautrice, aggiungendo che averla in questa incisione “sembra surreale”. Una frase semplice, quasi incredula. E dice molto.
Price ha poi collegato quell’influenza alla propria evoluzione artistica. Non solo musicista, ha spiegato, ma anche “cultural worker”, lavoratrice culturale: una definizione che negli Stati Uniti torna spesso nei circuiti dell’attivismo, dove l’arte viene considerata parte del lavoro politico. In questo senso, la presenza di Baez non è soltanto un omaggio. È una specie di passaggio di testimone, anche se nessuno lo dice in modo solenne.
Da Bob Dylan a Blaze Foley, le cover come forma di protesta
Dentro “Days of Unrest” c’è anche una versione di “Maggie’s Farm” di Bob Dylan, brano del 1965 spesso letto come rifiuto delle costrizioni sociali e delle gerarchie imposte. Accanto compare “Long Haired Country Girl” di Charlie Daniels, registrata con la partecipazione di Billy Swan, autore e musicista legato alla tradizione country e rockabilly. La sequenza non cerca la pulizia da antologia: sembra piuttosto un percorso, ruvido, dentro le radici ribelli della musica americana.
Uno dei passaggi più politici è la cover di “Oval Room” di Blaze Foley, scritta nel 1984 contro Ronald Reagan, ex attore diventato presidente. Price ha spiegato che il brano, pur nato in quel contesto, “potrebbe essere stato scritto per qualunque presidente, soprattutto Trump”. Poi ha aggiunto una riflessione netta: secondo lei, il sistema “è sempre stato costruito per mantenere i ricchi al potere e dividere le persone”. Parole dure, ma coerenti con il tono dell’album.
La cantautrice ha chiarito anche il senso del progetto: “Coprire questa canzone, come gli altri brani di Days of Unrest, è il mio modo di protestare”. Non solo studio di registrazione. Price ha ricordato di aver partecipato a iniziative al Capitol e di aver marciato accanto ai rappresentanti Justin Jones e Justin Pearson, figure note in Tennessee per le battaglie sui diritti civili e sul controllo delle armi. Cantare questi pezzi dal vivo, ha confidato, le è sembrato liberatorio. E, a suo dire, lo è stato anche per il pubblico.
Gli inediti, il vinile e il sostegno ai rifugiati
Accanto alle cover, “Days of Unrest” include alcuni brani originali. Tra questi c’è “Can’t Stand Still”, che risale al periodo dei Buffalo Clover, la prima band di Nashville in cui Margo Price aveva iniziato a farsi conoscere prima della carriera solista. È un recupero non secondario: riporta alla luce una fase formativa, meno esposta, ma decisiva per la sua scrittura e per quel modo di mescolare country, rock e coscienza sociale.
Completano il disco i tre movimenti strumentali legati a “San Marcos”, scritti con il compagno e collaboratore Jeremy Ivey e registrati insieme ai Price Tags, la band che accompagna l’artista. Qui il discorso politico si fa meno frontale, affidato alle atmosfere e agli intrecci sonori. Una pausa, ma non una fuga. Nel contesto dell’album, anche gli strumentali sembrano funzionare come spazi di respiro tra un’accusa e l’altra.
Il progetto uscirà anche in vinile, con una parte dei proventi destinata al Florence Immigrant & Refugee Rights Project, organizzazione che offre assistenza legale a immigrati e rifugiati negli Stati Uniti. È un dettaglio concreto, forse il più coerente con l’impianto del disco: trasformare una pubblicazione musicale in un gesto di sostegno materiale. Per Margo Price, in questa estate americana segnata da tensioni politiche e campagne elettorali già roventi, la protesta passa ancora da una canzone. Ma non si ferma lì.
