Zucchero ha portato ieri sera allo Stadio Dall’Ara di Bologna il tour per i 25 anni di “Baila (Sexy Thing)”, davanti a 26mila spettatori, trasformando la ricorrenza in un viaggio lungo quarant’anni di musica, tra blues emiliano, funk, ballate e ricordi di una carriera internazionale. Prima ancora del suo ingresso, sui ledwall è comparso Fernando Pessoa — “Il poeta è un fingitore” — poi la voce dell’artista, su sonorità irlandesi, ha aperto una serata che non si è limitata a celebrare una hit, ma ha rimesso in fila radici, incontri e canzoni.
Zucchero al Dall’Ara, 26mila persone per un viaggio nel blues
Sul prato del Dall’Ara erano state sistemate migliaia di sedie, quasi un invito ad ascoltare con calma. Sono durate poco. Appena il concerto ha preso la strada del funk, con il grande sole della scenografia acceso sulle note di “Spirito nel buio”, il pubblico si è alzato e non è più tornato davvero a sedersi. Ad aprire la serata era stata Irene Fornaciari, poi sono arrivati gli “oooh yeah” di Zucchero, più graffi che vocalizzi, con quella voce ruvida e ancora capace di passare, in pochi secondi, dalla spinta al dettaglio più fragile.
Il suono, nello stadio, è apparso definito già dai primi brani, da “Music in Me” a “Il mare”, dove il sax di James Thompson ha preso spazio senza forzare. In “Iruben Me”, mentre sugli schermi scorrevano paesaggi innevati, la calura bolognese sembrava fermarsi per qualche minuto. Zucchero si avvicinava a Mario Schilirò e Polo Jones, quasi da spettatore interno, lasciando che il dialogo tra chitarra e basso respirasse.
La band, la libertà sul palco e il ricordo di Miles Davis
Poche ore prima del concerto, incontrando i giornalisti, Zucchero aveva spiegato il rapporto con i suoi musicisti con una frase semplice: «Dopo le indicazioni, li lascio fare». Sul palco quella libertà si è sentita. Polo Jones ha guidato dal basso senza sovraccaricare, Peter-John Vettese si è mosso tra Hammond e pianoforte, mentre Kat Dyson e Mario Schilirò hanno alternato assoli e parti ritmiche senza rincorrersi. Dietro, Adriano Molinari e Yissy García hanno cambiato passo ai brani, con i fiati di James Thompson, Lazaro Amauri Oviedo Dilout e Carlos Minoso a dare corpo agli arrangiamenti.
Tra “Menta e rosmarino”, “Pane e sale” e “Dune mosse” è riaffiorata la parte più riconoscibile della scrittura di Zucchero: non tanto il racconto di un fatto, quanto un odore, una luce, un paesaggio che diventano canzone. Durante “Pane e sale”, sui ledwall è comparsa la frase: “Chi non ama il blues ha un buco nell’anima”. Poi, su “Dune mosse”, il volto di Miles Davis è apparso sul grande sole al centro del palco, mentre la tromba di Oviedo Dilout ne evocava il timbro. Zucchero, nel pomeriggio, aveva ricordato il primo incontro con Davis: «Mi disse: stai suonando le note sbagliate». Un rimprovero diventato collaborazione, fino a quel saluto rimasto nella memoria: «I love you».
Da Baila a Donne, il pubblico canta e lo stadio diventa pista
Quando sono arrivati “Partigiano reggiano”, “Libidine” e poi “Vedo nero”, il concerto ha cambiato temperatura. Il prato si è trasformato in una pista, le mani battevano insieme e, sul ritornello di “voglio te”, molte coppie si sono cercate e baciate. Poi è esplosa “Baila (Sexy Thing)”, il brano scritto con Robyx che dà il nome al tour e che, a venticinque anni dall’uscita, continua a reggere lo stadio senza nostalgia di maniera. Le sedie, ormai, erano solo un ingombro sul prato.
Il momento più raccolto è arrivato poco dopo, quando al centro del palco è comparsa una semplice sedia di legno. «Ciao ragazzi, siete proprio cari amici. Grazie di essere qui dopo tutti questi anni», ha detto Zucchero al pubblico, ammettendo di essere timido e poi sorridendo davanti al coro che scandiva il suo nome. Ha raccontato di essere rientrato dal tour europeo e di aver trovato quattro pavoni appena nati: «Si è perso un po’ l’amore per le cose semplici, nostrane. La genuinità, la sincerità». Subito dopo ha cantato “Un soffio caldo”, scritta con Francesco Guccini, riportando la serata in una dimensione più domestica, quasi da cortile emiliano.
Nel medley dedicato ai brani meno passati dalle radio, da “Un piccolo aiuto” a “Occhi” e “Dindondio”, Zucchero ha ricordato che quelle canzoni «non sono diventate grandi grazie alle radio, ma grazie a voi». E quando è partita “Donne”, molti aspettavano il celebre “du du du”: questa volta lo ha cantato, come se dopo tanti anni avesse fatto pace anche con quella pagina. Poi la band si è presa il centro della scena con “Disco Inferno”, “Jumpin’ Jack Flash” e “Honky Tonk Train Blues”, un concerto nel concerto tra dance, rock and roll e improvvisazione.
San Siro 2027, Verona e le parole sul futuro
Nel pomeriggio, accanto a lui, Ferdinando Salzano di Friends & Partners aveva già annunciato le prossime tappe: il 10 giugno 2027 San Siro ospiterà “Il Gran Finale”, mentre i quarant’anni dell’album “Blue’s” saranno celebrati con dieci concerti all’Arena di Verona nel settembre 2027, mese del compleanno dell’artista, e altri dieci nel 2028. «Le cose stanno andando talmente bene che l’idea che possano andare ancora meglio mi spaventa. Speriamo di continuare», aveva confidato Zucchero. Curioso, però, sentir parlare di finale guardando un artista che sul palco sembra voler ripartire ogni sera.
Con i giornalisti, Zucchero non ha evitato nemmeno i temi più attuali. Sui giovani che riempiono gli stadi ha ammesso: «Adesso è più facile. C’è una grande voglia di divertirsi e di uscire, con un incremento enorme del live. I social hanno fatto la differenza. Io non sono così, non capisco un cazzo dei social». Su Sanremo e sulla scelta dell’artista per l’Eurovision, ha aggiunto che servono «belle canzoni» e un interprete competitivo per quel contesto. Quanto a un nuovo disco, prima ha tagliato corto — «Fare un album non serve più» — poi ha corretto il tiro: dopo 350 canzoni, ha spiegato, pubblicare brani nuovi richiede pezzi molto forti. «Se avete dei pezzi, mandatemeli», ha scherzato.
Nel finale sono arrivati gli evergreen: “Miserere”, con l’omaggio a Luciano Pavarotti, “Il volo”, “Diamante”, “Così celeste”, “X colpa di chi?” e “Diavolo in me”. Quando il Dall’Ara sembrava pronto ai saluti, Zucchero ha scelto un ultimo bis con “Hey Man”, meno prevedibile di una chiusura affidata al successo più facile. Una scelta coerente con tutto il concerto: non una sequenza di hit, ma il racconto di un percorso. Il suo blues, ancora una volta, sembrava venire da lì: dagli argini, dalle campagne, dal pane e salame della pianura emiliana.
