Florence Welch ha portato Florence + The Machine all’Ippodromo di San Siro di Milano nella serata di ieri, davanti a un pubblico numeroso arrivato per ascoltare una scaletta lunga novanta minuti e costruita attorno a quasi vent’anni di carriera, dagli esordi di Lungs ai brani più recenti di Everybody Scream. Il concerto, preceduto dal set dei Manic Street Preachers, ha confermato la doppia natura del progetto: pop da grandi spazi, sì, ma con una scrittura ancora inquieta, fisica, poco disposta a diventare semplice repertorio.
Florence + The Machine a Milano, una serata tra memoria e presente
La musica di Florence Welch vive da sempre su una linea di tensione: da una parte l’indie rock degli inizi, dall’altra un pop capace di riempire arene e festival senza perdere del tutto la sua ombra teatrale. A Milano questa formula è emersa con chiarezza, anche perché il concerto non ha puntato sull’accumulo scenico, ma sulla forza dei brani. Pochi elementi, luci essenziali, nessuna distrazione.
È una storia iniziata nel 2009 con Lungs, disco che conteneva già molti dei segni poi diventati riconoscibili: il canto ampio, quasi da invocazione, le percussioni in primo piano, l’immaginario a metà tra rito privato e confessione pubblica. Allora You’ve Got The Love era il brano che circolava di più, con qualcuno pronto a ricordare che fosse una cover; oggi quel debutto viene letto anche attraverso Dog Days Are Over, scelta non casuale per chiudere la serata insieme a Free. Rinascita, ritorno, liberazione. Tutto lì.
Manic Street Preachers in apertura sotto il sole di San Siro
Prima dell’arrivo di Florence + The Machine, la spianata dell’Ippodromo di San Siro era già piena e polverosa, con il caldo ancora addosso e il pubblico in attesa davanti al palco. A rompere l’attesa sono stati i Manic Street Preachers, band gallese che porta con sé un pezzo ben riconoscibile degli anni Novanta, tra chitarre compatte e memoria politica. Hanno aperto con Motorcycle Emptiness, richiamando subito il loro repertorio più identitario.
Il set è durato circa un’ora e si è chiuso con If You Tolerate This Your Children Will Be Next, accolta da una parte del pubblico come un ritorno a un’epoca non del tutto archiviata. Non un semplice antipasto, piuttosto una cornice ruvida prima dell’ingresso di Welch. Il passaggio ha funzionato: dalle chitarre tese dei Manic Street Preachers alla teatralità controllata di Florence, senza stacco artificiale.
Scaletta essenziale, da Lungs a Everybody Scream
Quando Florence Welch è salita sul palco, l’impatto è stato meno carico di quanto ci si potesse attendere da un’artista spesso associata a un immaginario ricco, quasi vittoriano. Vestito nero lungo, movimenti misurati, voce subito al centro. La scenografia ridotta ha lasciato spazio alle canzoni, e in quel vuoto apparente si è vista la solidità del concerto.
La scaletta ha attraversato in modo equilibrato l’intera discografia: Dance Fever, Ceremonials, High as Hope, How Big, How Blue, How Beautiful, oltre a Lungs e ai quattro brani tratti da Everybody Scream. Non è sembrata la classica tournée in cui il materiale nuovo serve solo a giustificare le date dal vivo. Al contrario, i pezzi recenti hanno trovato posto accanto ai brani più noti senza perdere peso, segno di un repertorio ancora in movimento.
La risposta più immediata è arrivata presto, con Shake It Out proposta come secondo brano e cantata dal pubblico con energia. You’ve Got The Love ha funzionato come momento di unione, mentre King, What Kind of Man e Never Let Me Go hanno spostato il concerto verso una dimensione più corale. A tratti, bastava poco: una pausa, un gesto della mano, il microfono lasciato al pubblico per una frase.
Florence Welch, carisma senza eccessi e una connessione diretta con il pubblico
Il centro della serata, però, è rimasto Florence Welch. Non tanto per una presenza scenica costruita sull’acrobazia o sull’effetto, quanto per la capacità di tenere insieme distanza e vicinanza, austerità e leggerezza. Tra un brano e l’altro ha parlato poco, con interventi brevi e non studiati fino all’ultima virgola, lasciando filtrare una personalità più ironica e meno monolitica del personaggio che spesso le viene cucito addosso.
C’è stato anche spazio per un corpo di ballo, vestito per un can can dal tono quasi fantasmatico, ma senza che la scena diventasse mai un apparato ingombrante. La sua figura restava lì, verticale, concentrata, più vicina a una cantante che guida un rito collettivo che a una popstar interessata solo all’immagine. Eppure il pubblico, soprattutto nelle prime file, rispondeva a ogni sguardo e a ogni frase come a un segnale personale.
Il dato più interessante è proprio questo: dopo una carriera lunga, con 26 milioni di ascoltatori mensili su Spotify e un pubblico ormai internazionale, Florence + The Machine non dà l’impressione di amministrare un successo acquisito. Le hit ci sono, e pesano. Ma a Milano il concerto ha raccontato anche una traiettoria ancora aperta, con Florence Welch capace di trasformare un grande spazio all’aperto in un luogo di contatto diretto, senza bisogno di sovraccaricare la scena. Una conferma, più che una celebrazione.


