Tormento, rapper e voce dei Sottotono, torna nel 2026 con il nuovo album “Antidoto”, presentato in Italia a trent’anni da “Di Tormento ce n’è uno”, per raccontare perché il rap, dopo successi, rotture e ripartenze, resta ancora il suo modo più diretto di stare nel presente. A 50 anni, Massimiliano Cellamaro guarda meno alla nostalgia e più a ciò che accade adesso: i giovani, le collaborazioni, la cura di sé, persino i bonsai. “Sono sempre in produzione”, ha spiegato, con il tono di chi non ha mai smesso davvero.
Tormento e il ritorno con “Antidoto”
Il nuovo disco “Antidoto” arriva a undici anni da “Dentro e fuori”, almeno nella discografia solista ufficiale, ma in mezzo c’è stata molta vita: il ritorno dei Sottotono, il passaggio a Sanremo con Shablo, Guè e Neffa, e una lunga stagione di scrittura per altri artisti. “Quando Shablo mi ha chiesto se avessi un album pronto, gli ho risposto che ne avevo una decina”, ha raccontato Tormento, spiegando che molti brani erano nati come pezzi da affidare ad altri.
Dentro “Antidoto” c’è un’idea corale della musica. Quasi ogni traccia ospita una voce diversa, e Tormento sceglie spesso di arretrare, lasciando spazio ai featuring, ai ritornelli, alle sfumature. “È una questione di ego che va messo da parte”, ha detto. Una frase non scontata, nel rap, dove l’egotrip è quasi una grammatica di base. Eppure lui rivendica un’altra strada: quella del rapper d’amore, capace di raccontare rapporti, fratture, ricomposizioni e piccoli inciampi quotidiani.
Dai Sottotono a Sanremo, una carriera tra fratture e riconciliazioni
La storia di Tormento passa da molti confini. Prima fratello di Esa, poi volto dei Sottotono con Fish, quindi artista capace di portare nel rap italiano temi sentimentali e melodie R&B quando la scena dei primi anni Novanta guardava ancora con sospetto a ogni apertura pop. Brani come “Amor de mi vida”, “Solo lei ha quel che voglio” e “La mia coccinella” lo hanno portato in classifica, ma anche al centro di critiche, dissidi e distanze mai davvero leggere.
Il rapporto con Sanremo è stato uno dei nodi più delicati. Dopo la lite televisiva che contribuì alla fine dei Sottotono, il ritorno sul palco dell’Ariston insieme a Shablo, Guè e Neffa ha avuto il sapore di una ricucitura. “Già dalle prove mi sono ritrovato con Neffa, che per me è una leggenda, e con cui non ci eravamo più parlati né visti”, ha confidato Tormento. Quella sera, ha aggiunto, sono arrivati messaggi da persone “che piangevano a casa”: mondi diversi dell’hip hop italiano, per una volta, si erano incrociati senza più voltarsi le spalle.
Rap, R&B e giovani: la lezione di una scena cambiata
Per Tormento, il vero successo del rap italiano non sta solo nelle classifiche, ma nel sociale. Lo ha visto nei laboratori nei quartieri difficili, dove ragazzi e ragazze imparano a fare freestyle, scrivere e cantare davanti agli amici. “È ancora più difficile che stare su un palco”, ha spiegato. Il rap, nella sua lettura, funziona perché permette di esprimersi in modo crudo, semplice, immediato: un beat, una base, una voce. Poche regole, molta urgenza.
Rispetto agli anni Novanta, però, il linguaggio è cambiato. Allora bisognava cercare gli altri ascoltatori “col lumino”, riconoscendoli dai vestiti larghi, dai cappellini, dalle scarpe. Oggi il rap è cultura popolare, quasi una via possibile per farcela. Tormento non demonizza i più giovani, anche quando pubblicano musica acerba nel giro di poche ore: “Anche noi, quando siamo usciti come Sottotono, rispetto ai Sangue Misto eravamo acerbi”, ha ammesso. Sull’R&B italiano, invece, resta più netto: la lingua, il pudore pubblico e una tradizione melodica diversa hanno reso difficile far attecchire davvero quel codice, fatto di vibrazioni, scale, sensualità e fraseggi lontani dalla canzone italiana più classica.
La calma dopo le cadute: bonsai, meditazione e palchi piccoli
La biografia di Tormento è segnata anche dai momenti di caduta. Ha dormito sui divani, mangiato riso bianco e pasta col tonno, cambiato città per continuare a fare musica. Con il progetto Yoshi Torenaga ha ricominciato dall’underground quando il rap italiano sembrava scomparso dai radar, vendendo dischi da solo, organizzando date, producendo e spedendo copie. “Se mi tolgono tutto, sono in grado di rifarlo”, ha spiegato. Ma quel ritmo gli è costato salute e notti senza sonno.
Oggi preferisce i palchi piccoli, quelli dove si vedono le facce del pubblico e l’MC può ancora leggere la sala, correggere il tiro, portare le persone dove vuole. È lì, dice, che l’hip hop torna scambio vero. Fuori dalla musica, Tormento cerca equilibrio nell’allenamento, nella meditazione e nella cura dei bonsai, “che mi salvano la vita”, ha raccontato. Dopo trent’anni di ferite, successi e ripartenze, il suo antidoto sembra essere questo: restare nel presente, senza cancellare il passato, ma senza lasciargli il volante.

