Vinicio Capossela ha celebrato ieri sera all’Anfiteatro di Pompei, nell’ambito di Beats of Pompei, i vent’anni di Ovunque proteggi, riportando sul palco il disco del 2006 con una lunga festa-concerto pensata come rito collettivo, memoria personale e attraversamento del presente.
Capossela a Pompei, una notte per i vent’anni di Ovunque proteggi
«Cerchiamo di imitare Atena quando allunga la notte a Ulisse e Penelope per permettere il racconto», ha detto Vinicio Capossela dal palco, quando l’Anfiteatro di Pompei era ormai vicino al coprifuoco e gli ultimi accordi di Ovunque proteggi sembravano voler trattenere ancora il buio. La frase, accolta da un pubblico fitto e partecipe, ha dato il tono alla serata: non una semplice riproposizione di un album, ma il tentativo di riaprire un capitolo lungo vent’anni, con i suoi luoghi, i suoi compagni di viaggio, le assenze e le tracce rimaste addosso.
Il concerto ha richiamato circa duemila spettatori nella città ferma nel tempo per definizione, tra gradinate antiche, luci basse e il profilo del Vesuvio sullo sfondo. Capossela è entrato in scena con una pelliccia, tra maschere, richiami mitologici e cambi di registro: Medusa, Minotauro, gladiatore, untore. Un bambino, poco prima dell’inizio, ha riassunto lo stupore generale con una domanda ruvida e sincera: «Ma quanti travestimenti ha, come fa?». Era una battuta, certo. Ma anche una chiave.
Il disco nato tra strade, anfiteatri e viaggi
La vicenda di Ovunque proteggi era iniziata, idealmente, davanti a un altro anfiteatro: nell’estate del 2005, Capossela e Marco Tagliola si trovarono di fronte al Colosseo, lavorando a un brano in Mi bemolle rimasto a lungo senza parole. Vent’anni dopo, a Pompei, quel percorso è stato ricapitolato e rivendicato attraverso una scaletta che ha attraversato l’intero album, senza rinunciare a incursioni laterali e anticipazioni.
Sul palco è tornata gran parte della comunità musicale legata a quel lavoro: Roy Paci, Alessandro “Asso” Stefana, il violoncellista Mario Brunello, Gavino Murgia, Vincenzo Vasi, Stefano Nanni, Zeno De Rossi, Michele Vignali, Glauco Zuppiroli e Raffaele Tiseo. Mancava, tra gli altri, Marc Ribot, ma la sensazione era quella di una banda riunita per rimettere in fila una geografia vasta: Roma, Scicli, Treviso, Scordia, Rubiera, Ispinigoli, Mosca, Calitri, Scandiano, Milano. Non una mappa ordinata. Piuttosto, una costellazione.
Mediterraneo, Russia e Gaza dentro la festa
Dentro la celebrazione, Capossela ha inserito anche il presente, senza trasformare il concerto in comizio. Introducendo S.S. dei naufragati, ha dedicato il brano ai morti nel Mediterraneo, ricordando le migliaia di persone che negli ultimi anni hanno perso la vita tentando la traversata. Poi, prima di Moskavalza, ha parlato della Russia e di chi, ha spiegato, «aspirava a una Russia diversa» ed è stato «spazzato via, messo al confino, assassinato».
La guerra, definita dal cantautore «la grande normalizzatrice», è entrata nella notte insieme al grido “Poyekhali!”, la parola pronunciata da Jurij Gagarin prima del decollo. In apertura, con Non trattare, è arrivato anche il riferimento alla Striscia di Gaza e alla condanna delle violenze in corso. Sono passaggi che hanno riportato Ovunque proteggi fuori dalla sola ricorrenza: un disco nato nel 2006, ma ancora capace di parlare di naufragi, potere, propaganda, paura. E di piccoli gruppi, gli Spessotti, che quando si mettono insieme «non si sa mai cosa può succedere».
Nel blu, L’uomo vivo e l’abbraccio finale
Il centro emotivo della serata è arrivato con Nel blu, brano che Capossela ha ammesso di non eseguire da vent’anni: «È un pezzo sopra le mie possibilità», ha confidato al pubblico. A sostenerlo è salito Stefano Nanni, chiamato a dirigere quella che dal palco è stata definita una “sinfonia acquatica”, mentre il cantautore si è seduto al pianoforte a coda. Da lì il concerto ha cambiato respiro: Gran Valzer Impressionante, Lanterne rosse, Pena de l’alma hanno aperto una parentesi più intima, quasi sospesa, tra malinconia e visioni notturne.
Poi il passo è tornato più fisico, con Dove siamo rimasti a terra Nutless, L’uomo vivo e Il Ballo di San Vito, quando parte della platea si è alzata per avvicinarsi al palco, trasformando l’anfiteatro in una processione laica. Nel finale, Ovunque proteggi è diventata davvero un abbraccio collettivo: Capossela l’ha descritta come una forma di auto-solidarietà, un modo per accettare le proprie mancanze e guardare con più indulgenza anche quelle degli altri. A Pompei, tra gesso, ossa, graffiti e musica, il verso è tornato al suo senso più semplice: proteggere qui. E, se possibile, ovunque.
