Il presidente dell’Agcom, Giacomo Lasorella, ha presentato oggi, 14 luglio 2026, alla Camera dei deputati la Relazione annuale al Parlamento per indicare al sistema della comunicazione la priorità dei prossimi mesi: governare l’intelligenza artificiale e difendere il pluralismo dell’informazione in una fase in cui piattaforme globali e motori di ricerca stanno cambiando equilibri economici e democratici. Il richiamo, non casuale, è arrivato dalle parole del Papa: fare in modo che “il volto di chi la progetta, la governa e la utilizza resti riconoscibile, umano, responsabile”.
Agcom, Lasorella: un nuovo contratto sociale digitale
Nel passaggio centrale della sua relazione, Lasorella ha legato il tema dell’intelligenza artificiale generativa alla tenuta della sfera pubblica. “Una delle questioni più rilevanti è la salvaguardia del pluralismo informativo in rete”, ha detto davanti ai parlamentari, parlando di una premessa necessaria per il confronto democratico. Non un dettaglio tecnico, insomma. Una questione politica, civile, quotidiana.
L’obiettivo indicato dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è contribuire alla costruzione di un “nuovo contratto sociale digitale”. Lasorella lo ha definito un patto capace di valorizzare i benefici della tecnologia, ma senza rinunciare a governarne i rischi con strumenti proporzionati, efficaci e rispettosi dei diritti fondamentali. In filigrana, il timore è chiaro: se l’algoritmo seleziona, riassume e distribuisce le notizie, chi risponde davvero di ciò che arriva ai cittadini?
Televisione ancora prima, ma le piattaforme avanzano
I numeri del mercato dei media nel 2025 raccontano un settore già cambiato. La televisione resta il principale comparto dei media tradizionali, con il 74,1% delle risorse totali, mentre l’editoria quotidiana e periodica scende sotto il 21%. È una distanza ampia, che fotografa il peso ancora decisivo dello schermo domestico, ma anche la fragilità crescente della carta stampata.
I primi tre operatori continuano a detenere il 67% del mercato dei media: Rai al 26,6%, Sky al 22% e Mediaset al 18,5%. Eppure, alle loro spalle, la pressione delle piattaforme globali si è fatta più forte. Netflix, Dazn, Amazon e Disney+ pesano ormai per il 23,3% delle risorse totali, una quota vicina a un quarto del mercato televisivo italiano. Una soglia che, negli uffici dell’Autorità, viene letta con attenzione: cambia la concorrenza, cambiano gli investimenti, cambia anche il modo in cui il pubblico costruisce le proprie abitudini.
Nel più ampio Sistema integrato delle comunicazioni, che comprende l’intero comparto, la presenza dei grandi gruppi online è ancora più evidente. Alphabet-Google si conferma al secondo posto dopo la Rai, con l’11,8%, mentre Meta-Facebook occupa la quinta posizione con una quota superiore all’8%. Sono dati che rendono meno netta la vecchia distinzione tra editori, broadcaster e intermediari digitali. Oggi, spesso, il terreno è lo stesso.
Quotidiani in calo e criteri da aggiornare
La fotografia più dura riguarda la diffusione delle copie cartacee dei quotidiani, scesa a 1,2 milioni di unità giornaliere. Quasi un decimo rispetto a quanto si vendeva all’inizio del secolo. Nel solo ultimo anno, secondo i dati richiamati nella relazione, il calo è stato del 9,3%. Numeri asciutti, ma pesanti: dietro ci sono redazioni più piccole, bilanci stretti, testate che cercano nuovi proprietari o nuovi modelli.
Lasorella ha ricordato che l’analisi dei limiti anti-concentrativi ha confermato come i principali gruppi editoriali restino sotto le soglie previste dalla normativa. Subito dopo, però, ha aggiunto il punto che l’Autorità ripete da tempo: i criteri per misurare le posizioni dominanti vanno aggiornati, perché sono ancora fondati sulle sole tirature cartacee. “L’Autorità ha più volte ribadito questa esigenza”, ha spiegato il presidente dell’Agcom. La ragione è semplice: nel mercato reale, ormai, il potere non si misura solo in copie vendute in edicola.
Il settore editoriale, pur in difficoltà, ha attraversato nell’ultimo periodo anche passaggi di proprietà rilevanti. Operazioni che, secondo l’Autorità, confermano la necessità di osservare il mercato con strumenti più aderenti al presente. Non basta più contare i giornali stampati. Bisogna guardare alla distribuzione online, alla raccolta pubblicitaria, alla visibilità garantita dai motori di ricerca e dalle piattaforme social.
Editori e big tech al tavolo sull’IA
Il rapporto tra editori e piattaforme digitali resta, per Agcom, uno snodo decisivo. La crescita delle risposte sintetiche generate dall’IA nei motori di ricerca rischia, ha avvertito Lasorella, di “impoverire la pluralità delle voci del dibattito pubblico”. Il punto è concreto: se l’utente riceve una risposta già confezionata, può non cliccare più sulle fonti originali. E senza traffico, per molti editori, si riducono ricavi e capacità di produrre informazione.
Su sollecitazione della Federazione degli Editori, l’Agcom ha inviato una segnalazione alla Commissione europea e ha istituito un tavolo di consultazione tra piattaforme ed editori. La prima riunione è prevista domani. Lo scopo, ha spiegato Lasorella, è “individuare soluzioni condivise in termini di trasparenza e di equa remunerazione”. Parole prudenti, da regolatore. Ma il messaggio è netto: la nuova fase digitale non può essere lasciata solo alle regole del mercato.
In gioco non c’è soltanto la sopravvivenza economica delle testate. C’è la possibilità che il cittadino continui a incontrare fonti diverse, riconoscibili, responsabili. È qui che il richiamo al volto “umano” dell’intelligenza artificiale torna a pesare: dietro una notizia, un riassunto, una scelta di visibilità, deve restare individuabile una responsabilità. Altrimenti il pluralismo diventa una parola formale. E la rete, invece di allargare il dibattito, finisce per restringerlo.
