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Addio a Paolo Raffone, il maestro napoletano che suonò con Pino Daniele

Pianoforte verticale con spartiti e sedia vuota in una sala prove, con microfono e sax vicino alla finestra Un pianoforte e una sedia vuota in sala prove evocano il ricordo di Paolo Raffone e della scena musicale napoletana.

Paolo Raffone, pianista, compositore, direttore e arrangiatore napoletano, è morto oggi, 12 luglio 2026, a Napoli, all’età di 74 anni, lasciando un segno profondo nella musica partenopea per le collaborazioni con artisti come Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo, Edoardo Bennato e Roberto Murolo, e per il ruolo avuto nella stagione che avrebbe aperto la strada al Neapolitan Power.

Paolo Raffone, una vita tra pianoforte e musica napoletana

Nato a Napoli e diplomato in pianoforte, Paolo Raffone aveva costruito il suo percorso lontano dai riflettori più facili, dentro sale prove, studi di registrazione, teatri e incontri musicali che hanno attraversato decenni di canzone napoletana. Era un musicista completo: compositore, pianista, direttore e arrangiatore, capace di muoversi tra scrittura colta, tradizione popolare e ricerca sonora.

Fin da giovanissimo aveva iniziato a lavorare con alcuni tra i nomi più rilevanti della scena partenopea. Non solo accompagnatore, non solo arrangiatore: Raffone partecipava alla costruzione del suono, alla forma dei brani, a quell’equilibrio — spesso difficile — tra radice napoletana e linguaggi nuovi. Chi lo ha conosciuto lo descriveva come un uomo riservato, rigoroso, attento al dettaglio. Poche parole, molta musica.

Dalle cantine del Rione Sanità alla Batracomiomachia con Pino Daniele

Negli anni Settanta, insieme a Pino Daniele, Rino Zurzolo, Tony Esposito, James Senese, Enzo Avitabile e altri musicisti della nuova scena napoletana, Raffone visse una stagione di fermento che avrebbe cambiato il modo di pensare la musica in città. Con Daniele fondò il gruppo Batracomiomachia, esperienza nata con Rino Zurzolo, Agostino Marangolo, Enzo Avitabile e altri giovani talenti cresciuti tra prove, intuizioni e notti lunghe.

La formazione, ricordata come una delle esperienze anticipatrici del Neapolitan Power, prese forma nelle cantine e nelle “grotte” del Rione Sanità, quartiere popolare e laboratorio naturale di suoni. Lì, tra strumenti sistemati alla meglio, amplificatori, spartiti e discussioni fino a tardi, si mescolavano jazz, blues, funk, melodia napoletana e musica mediterranea. Non era ancora un movimento codificato. Era, prima di tutto, una necessità espressiva.

Raffone ebbe un ruolo silenzioso ma riconoscibile in quel passaggio. Portava competenza armonica, disciplina, orecchio. E portava anche una visione: la musica napoletana poteva restare fedele alla propria identità senza chiudersi nella nostalgia. Solo allora, dentro quella generazione di musicisti, Napoli cominciò a parlare una lingua nuova, urbana, contaminata, capace di arrivare molto oltre i confini della città.

Le collaborazioni con De Piscopo, Bennato, Murolo e il progetto su Pino Daniele

Nel corso della carriera Paolo Raffone ha collaborato con artisti di primo piano, tra cui Tullio De Piscopo, Edoardo Bennato, Roberto Murolo, Rino Zurzolo e lo stesso Pino Daniele. Con ognuno, secondo chi ne ha seguito il lavoro, sapeva adattare il proprio stile senza perdere riconoscibilità: un fraseggio misurato, arrangiamenti puliti, attenzione alla voce e al respiro del brano.

La sua firma si ritrova in un’idea di musica fatta di mestiere e ascolto reciproco. Con Roberto Murolo, custode della tradizione napoletana, il rapporto passava per il rispetto della parola e della melodia. Con artisti più legati alla ricerca ritmica e alle contaminazioni, come De Piscopo e Zurzolo, Raffone si muoveva invece su terreni più aperti, tra improvvisazione, struttura e intuizione.

Alcuni anni fa aveva riportato il proprio legame con Pino Daniele al centro del lavoro artistico con il progetto “Pino Daniele Opera”, una rilettura di dodici brani del cantautore napoletano. Un omaggio, ma anche una nuova interpretazione, affidata ad arrangiamenti che cercavano di restituire la profondità della scrittura di Daniele senza copiarne la forma originaria. Nel progetto era coinvolto anche Michele Simonelli, chiamato a interpretare alcuni brani in una chiave diversa, più teatrale e orchestrale.

Il ricordo di Antonio Onorato e il cordoglio del mondo musicale

La notizia della morte di Paolo Raffone ha iniziato a circolare nelle prime ore della giornata tra musicisti, amici e appassionati della scena napoletana. Sui social è arrivato anche il ricordo del compositore e chitarrista Antonio Onorato, che con parole affettuose ha salutato il maestro: “Oggi è volato in cielo uno dei più grandi musicisti che ho incontrato in tutta la mia vita”.

Onorato ha poi aggiunto: “Paolo, grande anima e nobiluomo di altri tempi, è stato un grande Maestro per me e soprattutto un Amico fraterno. Grazie di tutto caro Paolo. Che fortuna ho avuto nella vita”. Un messaggio semplice, diretto, che restituisce il peso umano prima ancora che artistico di Raffone. In molti, nelle stesse ore, hanno condiviso fotografie, ricordi di concerti, prove, lezioni e incontri avvenuti a Napoli.

La figura di Paolo Raffone resta legata a una stagione in cui la musica napoletana seppe cambiare pelle senza rinnegare le proprie radici. Non fu soltanto un accompagnatore dei grandi nomi. Fu uno di quei musicisti che lavorano nella profondità delle canzoni, dove spesso il pubblico non guarda, ma dove nasce una parte decisiva del suono. A Napoli, oggi, quel suono perde una delle sue mani più esperte.

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